Su biodigestore di Civitavecchia serve chiarezza. Taglia sproporzionata alle esigenze del territorio

 Su biodigestore di Civitavecchia serve chiarezza. Taglia sproporzionata alle esigenze del territorio

Intervengo sul biodigestore a Monna Felicita perché credo che questioni importanti come queste abbiano bisogno di un ragionamento articolato e di un inquadramento preciso nella politica di gestione dei rifiuti che vada oltre le dichiarazioni tese esclusivamente ad accaparrare qualche like.

La questione chiusura del ciclo dei rifiuti è ampia e articolata e merita una discussione chiara e schietta, senza pregiudizi ideologici, nella logica della tutela e salvaguardia ambientale ma anche della efficienza ed economicità.

La nostra Regione, per ragioni varie e per la presenza di Roma con tutte le sue problematiche, si trova ancora in una situazione di inadeguatezza impiantistica per il raggiungimento degli obiettivi di autosufficienza.

Se da una parte, dunque, è necessario individuare una rete impiantistica che vada nella direzione del recupero di materia e di energia è altrettanto necessario che tale rete sia calata sul territorio in maniera integrata e non impattante. Impianti, cioè, di taglia adeguata al contesto territoriale nel quale sono inseriti, funzionali alla valorizzazione degli sforzi dei cittadini che effettuano la separazione dei rifiuti prodotti, che siano non impattanti in termini ambientali e che concorrano alla riduzione delle bollette.

In questa logica, gli impianti a digestione anaerobica con produzione di biometano rappresentano certamente una soluzione funzionale alla chiusura del ciclo dei rifiuti. Non a caso è una tecnologia finanziata in maniera importante dal PNRR ed inserita dal Governo nella categoria di impianti il cui iter autorizzativo dovrebbe essere velocizzato.

Allo stesso tempo, però, quello di Monna Felicita non rappresenta a mio avviso un impianto che possa definirsi integrato e funzionale alle esigenze del territorio. Una taglia come quella proposta è chiaramente sovradimensionata rispetto alle esigenze di Civitavecchia e territori limitrofi e non appare in alcun modo giustificata.

Voglio essere molto chiara e diretta senza sottrarmi alle mie responsabilità di consigliera. I consiglieri regionali non hanno alcun titolo per intervenire nel merito del procedimento autorizzativo, eventualmente bloccando l’autorizzazione dell’impianto. Le autorizzazioni vengono rilasciate dai dirigenti a conclusione della conferenza dei servizi, dopo aver acquisito tutti i pareri di competenza.

Ma è evidente che una situazione del genere non possa andare bene. Ed è evidente che l’indirizzo dato nel Piano Regionale dei Rifiuti non sia sufficiente. Per questo, proprio in questi giorni, insieme al mio partito regionale e provinciale mi sto battendo affinché nella definizione degli enti di governo degli ambiti territoriali si possano introdurre dei sub ambiti. Con delle dotazioni impiantistiche conseguenti alla dimensione degli stessi. Per intenderci. Un sub ambito di duecentomila cittadini, per esempio, che comprenda Civitavecchia e i comuni del territorio chiamato a gestire al proprio interno i rifiuti prodotti. Con una dotazione impiantistica proporzionata. In una logica del genere un impianto grande come quello in questione non sarebbe stato autorizzato.