Una giornata al campo di rifugiati yazidi di Shengal

Durante la missione di monitoraggio dell’Osce per le elezioni parlamentari in Turchia, ho visitato il campo di rifugiati yazidi. La paura la si legge ancora negli occhi dei bambini yazidi ospitati nel campo di Shengal a pochi chilometri da Diyarbakir. Da circa 10 mesi questa struttura, che inizialmente era un centro sportivo, ospita circa 4000 yazidi fuggiti dalla montagna di Sinjab in Iraq, a seguito dell'efferato genocidio compiuto lo scorso anno dalle milizie dello Stato Islamico. Gli yazidi sono una popolazione di lingua curda che pratica da tempo immemorabile una religione sincretica dualista monoteista: credono nella metempsicosi e in diverse emanazioni angeliche di probabile derivazione zoroastriana. Narrano che nella loro storia millenaria sono stati costretti per ben 71 volte ad abbandonare le proprie terre a seguito di varie persecuzioni. Molti dei bambini ospitati nel campo hanno perso i padri, hanno visto rapire le sorelle, alcune delle quali vendute come schiave, e sono dovuti fuggire dalla violenza brutale di Daesh.

Nenjet, un bellissimo bambino di 12 anni, mi racconta che è da agosto dello scorso anno che non ha notizie di suo padre e che non sa se sia vivo o morto. Mi parla con orgoglio del fratello che si è unito al PKK per combattere contro Daesh, dice che se fosse più grande lo farebbe anche lui, perché senza l'aiuto del PKK loro sarebbero stati sterminati.

Quel PKK che gli Stati europei includono nella black list delle organizzazioni terroristiche, seppure i suoi militanti nel Kurdistan iracheno e nel Rojava siriano siano stati decisivi per salvare migliaia di yazidi e cristiani. Nenjet ci tiene a dirmi che è grato ai curdi di Diyarbakir e alla municipalità per la loro ospitalità e al responsabile del campo che quando può gioca con i bambini e li fa uscire a visitare la città.

Il campo è pulito e ordinato e nonostante gli yazidi vivano nelle tende, esistono spazi verdi attrezzati per i bambini e campi da calcio e da basket, strutture in cui le donne del campo si riuniscono per parlare e per cucire, un punto di primo intervento sanitario. I bambini più grandi non vanno a scuola perché c'è solo la scuola elementare, anche se il Comune di Diyarbakir sta provvedendo all'organizzazione di una scuola media. La cosa che più colpisce di queste persone è la grande cordialità. Quasi tutti, soprattutto le donne, hanno voglia di parlare, di raccontare le loro storie.

Dunia, una donna molto anziana ci ha raccontato che più volte durante la fuga da Sinjab ha pensato di non farcela. Dei suoi 9 figli 5 sono con lei nel campo altri sono tornati in Iraq. Vivono una vita dura, dormono in tenda a 40 come a 0 gradi e ogni settimana aspettano gli aiuti alimentari o i vestiti che arrivano da Diyarbakir, anche grazie alla generosità di molti privati. Continuano a vivere, a cucinare a tenere pulito il campo, ad occuparsi dei bambini con la speranza di far ritorno nelle loro terre. Vengono dall'Iraq e della Turchia conoscono poco ma tutti sapevano che l'indomani ci sarebbero state elezioni importanti. Elezioni che hanno avuto un risultato storico per la Turchia e per il popolo curdo che finalmente entrerà in Parlamento attraverso L'HDP (il Partito democratico dei popoli) guidato da Demirtas, giovane avvocato che ha scommesso sui diritti, sulla modernità e sull'inclusione volendo nella sua formazione tante minoranze, dagli armeni, agli alawiti, alla comunità LGBT, un programma che sarebbe all'avanguardia per molti partiti democratici occidentali.

I profughi yazidi non sanno se per loro cambierà qualcosa, se il governo di Ankara muterà questo atteggiamento pieno di ambiguità, che di giorno proclama di far parte della coalizione internazionale anti IS e di notte sembra chiudere gli occhi sul passaggio di foreign fighters verso Siria e Iraq e di armi destinate ai jihadisti, nonché del petrolio che attraverso condutture illegali raggiunge depositi turchi per essere venduto, fornendo così la principale fonte di sostentamento al califfato.

Per loro la vita continua nello stesso modo, con gli stessi problemi, magari con qualche speranza in più. Per noi l'amara consapevolezza di fare troppo poco per quei popoli che vivono in condizioni terribili e il triste spettacolo di Stati forti profondamente incapaci a risolvere i problemi e troppo preoccupati a difendere il proprio benessere e i propri interessi. In realtà bisogna accorgersi che i nostri interessi primari di pace, stabilità e sicurezza economica passano oggigiorno proprio attraverso la risoluzione dei problemi in quest’area di crisi che copre in modo più o meno intenso tutto il Medio Oriente. Una crisi perdurante che fu generata dagli interessi contrastanti dei paesi occidentali che si divisero le zone di influenza dopo la disgregazione dell'impero ottomano, ignorando principi sacrosanti come l'unità e l'identità storico-culturale di tanti popoli.

Il racconto fotografico dell'emozionante visita al campo di Shengal lo trovate qui