Riconoscere lo Stato di Palestina è il migliore antidoto contro l’integralismo

Oggi alla Camera si è tenuta la discussione generale sulla mozione  per il riconoscimento dello Stato palestinese. Di seguito il testo integrale del mio intervento.

Signor Presidente, Onorevoli colleghi,

Io credo che discutendo  sul riconoscimento della Palestina in quanto Stato, oggi siamo chiamati a due atti dovuti, di fronte ai quali non è possibile tentennare: uno di fronte alla storia, l'altro di fronte alle nostre coscienze. La storia ci parla di un popolo, quello palestinese, scacciato dalle proprie terre, costretto all'interno di confini labili e variabili, che vive una condizione di marginalitàgiuridica, economica e sociale, perennemente esposto ad azioni militari. Per troppi anni in quella martoriata terra la pace è stata invocata ma la pace non va solo invocata va costruita con azioni concrete, ripristinando innanzitutto la legalità internazionale e il rispetto delle risoluzioni dell'ONU. Abbiamo oggi l'occasione di riparare in piccolissima parte ai torti della storia.

Le nostre coscienze guardano un popolo costretto a vivere in condizioni estremamente precarie: parliamo di campi profughi nati per essere una situazione temporanea, in cui le generazioni si sono susseguite. Parliamo di situazioni in cui servizi essenziali come acqua, elettricità, assistenza sanitaria, sono un terno al lotto per molti.

Parliamo di un altissimo tasso di disoccupazione e di un'alta percentuale di dispersione scolastica. Parliamo di una popolazione cui è impedito il diritto al movimento: I check point a volte possono rappresentare la differenza che passa tra la vita e la morte. File interminabili di persone, vecchi, ammalati, donne incinte, che attendono di poter tornare a casa o recarsi al lavoro o in ospedale.

Parliamo di strade precluse al passaggio dei Palestinesi, Jimmy Carter qualche anno fa percorrendo quelle strade non esitò a parlare di Apartheid.

Parliamo di persone estremamente povere, un tempo scacciate dalle loro case, costrette ad abbandonare i propri beni, private del loro diritto al ritorno e mai indennizzate per le loro perdite.

Parliamo di una nazione, quella palestinese, che vive in uno stato di precarietàe di necessità, che guarda ogni giorno il progresso economico  di un popolo vicino, senza poter far nulla per  il proprio sviluppo economico. Ci sono zone dei territori e di Gaza dove per motivi di sicurezza, non si può coltivare la terra, la pesca a Gaza è consentita solo fino a tre miglia dalla costa, per non parlare del blocco di Gaza e cosa è diventata Gaza dopo i bombardamenti dello scorso anno.

Abbiamo un debito con la storia e uno con la nostra coscienza. Abbiamo anche un dovere da compiere, nei confronti della pace e della stabilitàdel Medio Oriente. Uno Stato palestinese autonomo è il migliore antidoto contro l'integralismo. Quella palestinese è una società che, per quel che riguarda le proprie classi dirigenti, è estremamente laica ed in gran parte formatasi nelle universitàoccidentali. La Palestina potrebbe essere, se noi la aiutiamo, se facciamo si che le classi dirigenti diano a tutto il paese un modello di sviluppo economico, sociale e culturale, un avamposto della laicità, dei diritti e delle libertàcivili.

Il nostro impegno, oltre che al riconoscimento dello Stato palestinese, deve tendere anche verso Israele. Di cui va compresa l'ineludibile necessità di sicurezza. Va profuso ogni sforzo per la riapertura dei negoziati e mi auguro che il nostro Governo assuma un ruolo da protagonista su questo.

Dobbiamo far comprendere che la Palestina in quanto Stato è un'opportunitàdi pace e stabilità e che questa opportunitàva sfruttata per tagliare fuori dalla scena politica quegli elementi radicali che sono i veri nemici di Israele e di tutto l'Occidente.

La Palestina, senza una voce propria, è stata utilizzata come parola d'ordine e come simbolo di molte delle lotte anti occidentali dell'area. Quando una nazione non ha la possibilità di gridare con forza, autorevolezza ed autonomia la propria volontàdi pace e di progresso, decine di protettori improvvisati si appropriano impunemente della sua bandiera. Lo fanno in maniera strumentale con l'unico fine di incitare all'odio. Questo va evitato. L'unico modo di evitarlo è far si che la Palestina possa parlare, finalmente, con la propria voce.

Solo un dialogo tra pari, garantito dall'ONU, e mi auguro anche dall'Europa, può mettere fine alla questione palestinese. Israele e Palestina devono risolvere, sedendo ad un tavolo paritario, le loro diatribe, a cominciare dai confini, passando per la cessazione degli insediamenti ebraici nei territori occupati ed il ritiro dei coloni dagli insediamenti già costruiti.

Israele non deve vedere queste cose come una resa: la pace è sempre un'opportunità.

All'occupazione militare, allo Stato di polizia nei territori occupati, va sostituita una stagione di collaborazione economica: la Palestina è anche una terra di opportunitàche avrà bisogno di capitali e potrebbe essere una occasione di sviluppo per molti.

Ma questo ha bisogno di una pace seria e strutturale, di regole certe che possono essere garantite, solo ed esclusivamente, da un partner credibile.

Anche per questo c'è bisogno di un vero Stato palestinese.

Il mio auspicio, Presidente, e che si possa giungere ad una mozione condivisa tra le forze politiche per dare ancora più forza all’atto di riconoscimento e mi auguro che si possa arrivare al voto in tempi rapidi, seguendo l’esempio di quanto già fatto da altri stati europei,dal Parlamento europeo e raccogliendo l’invito di quei tanti intellettuali israeliani, da Amos Oz a David Grossman, che hanno invitato gli stati Europei a riconoscere la Palestina. Lo dobbiamo ad un popolo che per troppi anni ha subito ingiustizie atroci.