Parigi, comunità islamiche e Occidente chiamati a risposte oltre la guerra

L'assalto dei terroristi in un hotel di lusso a Bamako, capitale del Mali, paese islamico all'80%, √® la cartina di tornasole della strumentalizzazione della religione musulmana che il sedicente Stato islamico del Califfato sta mettendo in campo. √ą una spia, questa, che si accende in un contesto caratterizzato da un buio che, dopo gli attentati di Parigi, rischia di inghiottire l'intera Europa e di radicalizzare lo scontro pericoloso tra l'Islam e l'Occidente: uno scenario che dobbiamo scongiurare in ogni modo.

A questo obiettivo, infatti, punta l'Isis, pronto a gettare benzina sul fuoco per dar vita a una guerra santa, incapace di tenere distinte la ragione dal terrore, la religione dal fondamentalismo. Ecco perché tutti sono chiamati a un'assunzione di responsabilità: le comunità musulmane da una parte, l'Occidente dall'altra. "Not in my name", lo slogan scelto dalle comunità islamiche che domani animeranno le vie di Roma, Milano e di altre città italiane, è un impegno concreto: la condanna della brutalità e dell'efferatezza dei terroristi a Parigi, così come a Beirut, non può che conoscere un sentimento unanime, senza se e senza ma. La piazza di domani, in altre parole, sarà un'occasione, importante, per dare un primo "schiaffo" ai terroristi e al fondamentalismo islamico.

L'Europa e l'Occidente pi√Ļ in generale, sono chiamati anch'essi a un'azione ancora pi√Ļ chiara. √ą il momento di non cedere all'impulsivit√†, che non ha mai offerto soluzioni di lungo periodo, risultando solo efficace, e in parte, nell'immediatezza. Il dolore della Francia, colpita al cuore, √® comprensibile, ma √® altrettanto evidente che dopo i raid decisi da Hollande in Siria contro l'Isis occorre ora pensare a un impegno politico e diplomatico che guardi a una soluzione pi√Ļ lungimirante.

E per cercare soluzioni efficaci occorre innanzitutto partire dalla condivisione: l'Europa è chiamata a parlare con una voce unica. Il tema dell'immigrazione ha messo in evidenza l'esistenza di una spaccatura che si sta pian piano ricomponendo: il blocco dei Paesi dell'Est, restio a politiche di accoglienza integrate, ha però pesato nello scenario complessivo. Parliamo di Paesi che hanno nutrito l'ossessione del diverso, arrivando al limite della xenofobia nei confronti dei migranti, uomini, donne e bambini visti non come persone che scappavano da situazioni di guerra e fame, ma come dei possibili terroristi pronti a distruggere l'Europa appena sbarcati dalle carrette del mare. Nel frattempo l'Isis è nato e cresciuto a casa nostra. Nelle banlieufrancesi. Nel cuore dell'Europa. Chi ha ideato e messo in atto gli attentati di Parigi è anche figlio di quella mancata integrazione che caratterizza le periferie delle grandi città europee, dove la miseria diventa un fiammifero accesso pronto a far divampare il fanatismo dell'Isis.

La risposta dell'Europa non pu√≤ e non deve esaurirsi nell'attacco militare: bene ha fatto, in questo senso, il governo italiano a spingere per una soluzione condivisa che punti su altro. A iniziare da un potenziamento dell'azione di intelligence, che deve farsi pi√Ļ stringente e che deve registrare una collaborazione fattiva tra i diversi Paesi dell'Ue. Se Bruxelles, almeno fino ad oggi, ha fallito l'appuntamento di una piena politica di sicurezza comune, non pu√≤ rimandare quello con la creazione di una barriera unica contro il terrorismo.

In uno scenario internazionale complesso, dove entrano in campo fattori diversi, è essenziale non disperdere l'efficacia dell'azione scegliendo strade solitarie. L'Isis è compatto nella sua volontà, esecrabile, di distruggere. Anche noi dobbiamo dimostrare di essere uniti. La piazza del "Not in my name" è l'occasione per unirci, Occidente e Islam, in un abbraccio sincero e caratterizzato da una sola volontà: fermare il terrorismo.

 

Questo articolo è stato pubblicato su  www.huffingtonpost.it/marietta-tidei-/