Medioriente, non arrendiamoci all’idea di una guerra senza soluzione

L'intifada dei coltelli. Corpo a corpo, viso a viso. La nuova escalation di violenza che sta bagnando in queste ore il Medioriente con il sangue ripropone la drammatica questione del conflitto israelo-palestinese, una piaga dolorosa che non cessa di mietere vittime. In quelle lame usate contro il nemico da una parte e in quei mitra puntati sulla popolazione inerme dall'altra c'è tutto il fallimento di una comunità internazionale che considera ancora questa vicenda come una questione di serie B, declassata a guerra fratricida dal destino ineluttabile. Cambiano i teatri degli scontri, i volti, persino i nomi che si danno a queste battaglie, ma il tema resta sempre lo stesso: la rivalità.

Finchè non saranno rimosse le cause che sono alla base delle ostilità tra israeliani e palestinesi non ci sarà spazio che per l'odio. Fin quando non si interverrà alla radice del problema, i frutti dell'albero della pace saranno sempre acerbi. La pace non va solo invocata, spesso e volentieri solo sull'onda dell'emozione: va costruita. E per metterla in piedi, cercando di renderla duratura nel tempo, occorre guardare senza pregiudizi da entrambe le parti. Se si continuerà a dare spazio alla logica del muro contro muro siamo destinati a fallire. Prima di ogni altra cosa occorre innanzitutto ripristinare la legalità internazionale e il rispetto delle risoluzioni dell'Onu. In questo percorso verso e per la pace non si può che partire dalle condizioni del popolo palestinese.

Scacciato dalle proprie terre, costretto all'interno di confini labili e variabili, i palestinesi vivono in una condizione di marginalità giuridica, economica e sociale. Acqua, elettricità, assistenza sanitaria, sono un terno al lotto per molti. Lo stesso diritto al movimento è impedito: i check point possono rappresentare la differenza che passa tra la vita e la morte. File interminabili di persone, vecchi, ammalati, donne incinte, che attendono di poter tornare a casa o recarsi al lavoro o in ospedale.

I palestinesi vivono in uno stato di precarietà e di necessità: guardano ogni giorno il progresso economico di un popolo vicino, senza poter far nulla per il loro sviluppo. In quella terra martoriata che è la Striscia di Gaza la coscienza dell'uomo sembra essersi annullata. In questo contesto fare breccia sulla disperazione da parte del fondamentalismo islamico è come correre una maratona senza avversari. Se vogliamo impedire altre 'giornate della rabbia' abbiamo il dovere morale di aiutare la Palestina.

A Israele occorre guardare pensando a un padre di famiglia che farebbe di tutto per proteggere la sua casa: l'ineludibile necessità di sicurezza va compresa. Gli sforzi che molti Paesi stanno facendo per arrivare al riconoscimento dello Stato di Palestina sono importanti: in quanto Stato costituirebbe un'opportunità di pace e di stabilità, relegando all'angolo della scena politica quegli elementi radicali che sono i veri nemici di Israele e di tutto l'Occidente.

La Palestina, senza una voce propria, è stata utilizzata come parola d'ordine e come simbolo di molte delle lotte anti occidentali dell'area. Quando una nazione non ha la possibilità di gridare con forza, autorevolezza ed autonomia la propria volontà di pace e di progresso, decine di protettori improvvisati si appropriano impunemente della sua bandiera. Lo fanno in maniera strumentale con l'unico fine di incitare all'odio.

Solo un dialogo tra pari, garantito dalla comunità internazionale, può mettere fine alla questione palestinese. Sedendo ad un tavolo paritario, Israele e Palestina devono risolvere le loro diatribe, a cominciare dai confini, passando per la cessazione degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Israele non deve vedere queste cose come una resa: la pace è sempre un'opportunità.

All'occupazione militare, allo Stato di polizia nei territori occupati, va sostituita una stagione di collaborazione, che ha bisogno di una pace seria e strutturale, di regole certe che possono essere garantite, solo ed esclusivamente, da un partner credibile.