Elezioni 2015, la Turchia volta le spalle al Sultano padre-padrone

Lunghe file di elettori ai seggi e bambini curdi che alzano le mani in segno di vittoria. Immagini che descrivono la voglia di cambiamento e l'aspirazione ad una democrazia piena e compiuta della società turca. Sono tornata da qualche giorno da Diyarbakir, città nella quale quasi il 90% della popolazione è curda, dove ho partecipato alla missione di monitoraggio elettorale dell'Osce, in qualità di osservatrice.

Che queste elezioni fossero molto sentite bastava fare un giro per le vie di Ankara e vedere la quantità immensa di manifesti elettorali, ma quando sabato a Diyarbakir ho visto centinaia di bambini in strada con le bandiere dell'HDP legate al collo ho capito quanto la sfida elettorale avesse coinvolto l'intera società.

Abbiamo assistito a una campagna elettorale decisamente turbolenta, culminata con l'attentato al comizio dell'Hdp, il Partito Democratico del Popolo, a Diyarbakir. Il risultato elettorale non premia il presidente Erdogan. Il suo sogno di ristrutturare la Costituzione per rafforzare i poteri presidenziali si è infranto contro i numeri. La sua compagine, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, l'Akp, non raggiunge la maggioranza necessaria per varare le riforme. Il partito a matrice islamica del presidente Erdogan ha perso circa il nove per cento dei consensi, chiudendo al 40,9%. Per governare dovrà avviare trattative finalizzate ad allestire una coalizione con gli altri partiti turchi.

Una svolta storica che ha un vincitore. Si tratta di Salahettin Demirtas, leader dell'Hdp. Demirtas aveva di fronte tre scogli: la soglia di sbarramento al dieci per cento, il superamento del radicamento territoriale ed etnico e l'ombra di Ocalan. E' riuscito a fare di un partito regionale un partito nazionale, facendo coincidere la causa dei curdi con quella, cara al ceto medio e agli intellettuali, della democrazia e dei diritti, parlando ai giovani, alle donne, a tutte le minoranze etniche del paese ed aprendo al mondo LGBT. Ha fatto comprendere che quella del Partito Democratico del Popolo non era un camuffamento di vecchie formazioni, ma una reale svolta nell'ideologia e nel metodo, nonostante per tutta la campagna elettorale il partito del Presidente abbia più volte accomunato l'HDP al PKK. Demirtas ha anche fatto sfoggio di una enorme capacità di controllo della sua struttura: a fronte di decine  di aggressioni a candidati e militanti del suo partito e all'attentato di Diyarbakir, che ha fatto registrare quattro morti e più di cento feriti, l'Hdp non ha ceduto alle provocazioni, mantenendo la barra dritta. Presentando i suoi contenuti all'elettorato.

Erdogan, dopo tredici anni di potere, ha fatto il classico passo più lungo della gamba. Dopo aver imbrigliato la stampa, congelato i diritti individuali e collettivi, imbavagliato il web, portato avanti speculazioni edilizie su vasta scala ed aver portato avanti una politica estera decisamente contorta, a metà filo atlantica e a metà occhieggiante ai movimenti islamici radicali, ha deciso di strafare puntando alla modifica della costituzione. Lo ha fatto nel peggiore dei modi possibili, declinando il suo ruolo di Presidente della Repubblica, in teoria super partes, a copertura del suo partito.

Erdogan ha chiuso la campagna elettorale minacciando pubblicamente il direttore della testata Cumhuriyet, Can Dundar, colpevole di aver pubblicato un servizio in cui aveva denunciato la presenza di armi su alcuni camion dei servizi segreti di Ankara diretti in Siria. Troppo per la società civile turca: intellettuali, giornalisti, artisti hanno preso le difese del direttore Can Dundar. Erdogan ha ostentato molta sicurezza ed arroganza. L'elettorato turco, stanco di avere un padre padrone e desideroso di genuina democrazia gli ha voltato le spalle.

La Turchia è cruciale per la sicurezza dell'Europa, dell'area caucasica e del Medio Oriente. E' in una posizione strategica che impone la massima chiarezza in politica estera. Erdogan per lungo tempo ha giocato il gioco delle tre carte. La Turchia è parte dell'alleanza atlantica. Contemporaneamente Ankara appoggiava i movimenti islamici radicali: la sua frontiera con la Siria viene quotidianamente percorsa dai foreign fighters. In molti accusano i servizi segreti turchi di far passare armi dirette agli islamici radicali. Le coste turche sono permeabili ai flussi migratori provenienti da est. Moltissimi migranti hanno raggiunto, quest'anno, le coste della Grecia, creando anche lì una emergenza umanitaria, esattamente come nel canale di Sicilia. L'Anatolia, inoltre, è il terminale degli oleodotti e dei gasdotti che provengono dal Caucaso. Sul Bosforo si incrociano i traffici commerciali che percorrono Egeo e Mar Nero. La sua importanza strategica è enorme. E' interesse di tutta la comunità internazionale che Ankara abbia un governo stabile. E' basilare che le forze laiche della Turchia facciano sentire la propria voce, che la società civile partecipi attivamente alla gestione della cosa pubblica. Sul futuro pesano molte incertezze tra cui quella di nuove elezioni, visto che l'AKP non ha i numeri per poter formare da solo un Governo.

Bisognerà capire se il depotenziamento di Erdogan renderà  possibile la trasformazione della Turchia in un partner realmente affidabile per l'Europa, capace di dare anche tranquillità alla Russia e che si impegni, senza se e senza ma, nella lotta al terrorismo di matrice islamica. Questo sarà possibile solo ed esclusivamente se il Presidente della Repubblica turca metterà  da parte le sue mire da sultano e si porrà  al servizio del futuro del suo paese. I prossimi giorni, in cui si tratterà per formare una coalizione, saranno decisivi. In caso di mancato accordo Erdogan ha il potere di indire nuove elezioni.

Sarebbe questa una circostanza spiacevolissima: il voto dei turchi è stato chiaro. Il Paese vuole una spinta verso Occidente e non ha più fiducia nell'Islam “moderato”. La nuova Turchia vuole essere parte integrante dell'Europa, accettarne i valori di democrazia e di estensione dei diritti. Votare di nuovo, in caso di stallo, porterebbe a un inasprimento dei toni che potrebbe avere conseguenza disastrose, portando il Paese verso la violenza. Il popolo turco non merita questo. Le elezioni sono state un momento di genuina partecipazione. La volontà dell'elettorato è stata espressa democraticamente, nonostante alcuni toni decisamente sopra le righe e i tanti episodi spiacevoli.

Domenica sera Diyarbakir sembrava il centro del mondo, fuochi di artificio, musica, sfilate di macchine e migliaia di giovani, donne e bambini curdi per le strade a festeggiare il risultato dell'HDP. Per loro si è trattato quasi di una nemesi. Nelle loro parole la speranza di un futuro fatto di maggiori diritti e opportunità. La Turchia vuole cambiare. Noi dobbiamo rispettare questo desiderio e fare di tutto perché diventi realtà.