La questione Ucraina al centro del vertice tra i ministri degli Esteri dell’area Osce

Lo scorso 4 dicembre si è tenuto, a Basilea, il  vertice tra i ministri degli Esteri dell’area Osce. Un evento particolarmente importante, cui ho assistito come membro dell’ufficio di presidenza dell’assemblea parlamentare dell’organismo. L’Ucraina è stata il cuore della discussione. I lavori sono stati molto di più di una passerella ministeriale: abbiamo visto la politica vera, quella fatta di posizioni e di dialettica dove, alla fine, si è provato a far vincere  il buon senso e l’equilibrio. Il ministro degli Esteri ucraino, Pavlo Klimkin, ha invocato un impegno maggiore da parte dell’Osce contro “l’aggressione russa”, un impegno che sia in grado di far fronte, globalmente, alle sfide della sicurezza europea. L’assemblea ha accolto questo messaggio e, saggiamente, ha declinato la necessità di sicurezza applicandola a tutti gli attori del processo. Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera europea, ha chiesto a Mosca di interrompere l’invio di uomini e mezzi a sostegno dei separatisti filo russi. John Kerry, segretario di stato americano, pur ponendo il problema dei diritti umani e quello della integrità territoriale ucraina, ha sottolineato che la Russia non può rimanere isolata a livello internazionale. Si è trattato di un’apertura forte che non è sfuggita al capo della diplomazia Russa, Lavrov, il quale, pur difendendo le ragioni dei separatisti e  condannando le azioni degli ultra nazionalisti, si è affrettato a dichiarare che Mosca lavora per la stabilizzazione dell’area e proseguirà su questa strada sulla base dei colloqui di Minsk. Un passo in avanti verso la soluzione della matassa ucraina? Speriamo. Sono convinta che altri passi vadano però fatti verso Mosca. Kerry ha ragione: l’isolamento politico è negativo e bisogna lavorare affinché la Russia si apra ad un dialogo non difensivo ma costruttivo con l’Alleanza Atlantica. Le sanzioni contro Mosca possono anche aver avuto una loro ragione d’essere, ma dubito che proseguire su questa linea, adesso, possa aiutare il processo di pace. Anche Kiev deve essere portata a fare  la sua parte. Se è giusto difendere l’integrità territoriale ucraina e chiedere un passo indietro a Mosca, non aiutano le recenti nomine del governo ucraino. Il nuovo governo di Kiev, infatti, ha visto l’immissione di Natalia Jaresko, Alexander Kvitashvili e Aivaras Abramavicius, rispettivamente un’americana, un georgiano e un lettone che hanno ricevuto in tutta fretta la cittadinanza ucraina. Nomi che, rispettivamente, guideranno i ministeri di Finanze, Sanità ed Economia. Ci saranno, nel governo di Kiev, altri stranieri che, pare, saranno scelti con gli stessi criteri. Da un punto di vista diplomatico schierare ministri stranieri di grande peso e rilevanza internazionale equivale a schierare carri armati sul confine. Se noi dobbiamo chiedere a Vladimir Putin di recedere dall’idea di una “grande Russia”, dobbiamo accompagnare il nostro invito con un atteggiamento conseguente, che deve essere distensivo. Credo che le aperture americane, unite alla solida ragionevolezza dei paesi membri dell’Osce, possano avviare un processo nuovo con Mosca. Credo che un’azione politica forte da parte dell’Europa, che faccia comprendere al Cremlino come un rafforzamento dell’Europa non sia un automatico rafforzamento della Nato (problema posto con forza dal Ministro degli Esteri russo Lavrov durante il suo intervento) possa fare, in questo scenario, la differenza. L’Europa deve essere un partner affidabile sia di Mosca che di Washington e deve ragionare nei termini di una ricucitura della frattura tra i due fronti Anche se l’Ucraina è stata al centro dei lavori, la conferenza è stata l’occasione per fare il punto su tutte le attività in corso dell’Osce: Il presidente dell’organismo, Didier Burkhalter, ha fatto notare che il deterioramento della sicurezza in Europa è globale e non locale, individuando uno specifico obiettivo nel “creare una comunità’ di sicurezza che vada da Vancouver a Vladivostok”. Questa comunità sicura passa anche, come ha dichiarato il ministro degli esteri spagnolo Garcia-Margallo, per la frontiera meridionale dell’Europa. Spagna, Malta ed Italia vanno sostenute a livello internazionale per quel che riguarda i flussi migratori. La  comunità sicura passa per i Balcani e segnatamente per la Bosnia Erzegovina, dove va seguita l’applicazione degli accordi di Dayton ed il loro adattamento alla situazione attuale. Va tenuta alta la guardia per la tutela e l’estensione dei diritti umani, va portata avanti la guerra contro la corruzione, va contrastata la crescente ondata razzista ed antisemita. In sostanza, secondo Burkhalter,  una comunità è sicura non solo se le frontiere sono stabili, ma anche se gli equilibri democratici interni sono solidi. Su questo mi trovo perfettamente d’accordo. Recentemente sono stata nei Balcani ed in Moldavia con l’Osce  per vigilare sul corretto svolgimento delle  elezioni. Gli accordi di Dayton più che risolvere i problemi etnici della Bosnia Erzegovina li hanno cristallizzati in un complesso disegno burocratico: sotto la cenere e tra le maglie delle norme giuridiche ancora covano gli antichi rancori e Bosnia è ancora ben lontana dal diventare nazione. La Moldavia è una piccola Ucraina, presentandone, su scala minore, le stesse contraddizioni: la Transnistria, a maggioranza russofona, pone seri problemi di sicurezza. La sfida sta nel costruire un sentimento di unità nazionale. I paesi non si stabilizzano con i soldati o a forza di sanzioni, ma con la democrazia, il progresso economico e con la garanzia di diritti certi per tutti. L’Osce declina il termine “sicurezza” in tutte queste direzioni. La conferenza, oltre a dare un fattivo impulso alla questione Ucraina ha ribadito sia l’impegno comune che il profondo ruolo dell’organizzazione, che esce ancora più forte ed autorevole dai lavori di Basilea.