La Moldova sceglie l’Europa. E spera nel dialogo tra Ue e Russia

Unione doganale con la Russia o integrazione europea? Questo l’interrogativo di fondo delle elezioni in Moldova che si sono tenute il 30 novembre e che ho seguito come osservatrice insieme all’Osce. Il quesito poggia le sue basi su di una divisione culturale che taglia a metà il paese. Cittadini di lingua e cultura moldava convivono, non senza problemi, con i russofoni.

Pur essendo una repubblica indipendente dal 1991, i soldati russi sono presenti in Transnistria, un fazzoletto di terra sulla riva sinistra del Dnestr. La situazione ricorda molto quella della Crimea ed i fatti ucraini hanno avuto, nella Repubblica di Moldova, una grande eco. La preoccupazione annessionista, da un lato e dall’altro degli schieramenti, è consistente.

Una delle principali indiziate, la Romania, ha recentemente sottoscritto con la Moldavia un accordo a garanzia delle frontiere. La Romania, che prima non aveva mai accettato quella demarcazione, prende atto ed accetta la consistenza territoriale della Moldavia. Una vasta sensibilità, individuabile soprattutto negli ex comunisti, oggi soprattutto nei socialisti, divenuti il primo partito, e nella formazione politica Patria, espulsa dalla competizione elettorale a tre giorni dal voto per uno scandalo relativo ad un finanziamento “anomalo” vede nell’atteggiamento distensivo di Bucarest un inganno, dettato solo dalla convenienza di aderire ai dettami dell’Unione europea. La Moldavia, infatti, è tra i futuri candidati all’ingresso nell’Unione.

A destare maggiori preoccupazioni è invece la Transnistria, una regione a maggioranza russofona. La regione è di fatto indipendente dal 1990 anche se, formalmente, non è mai stata riconosciuta a livello internazionale. Solo l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, altre due Repubbliche autoproclamate, vantano rapporti diplomatici con la Transnistria. Pochi lo sanno, ma nel 1992 una “piccola” guerra tra Chişinău (capitale moldova) e Tiraspol (capitale della Transnistria) fece circa duemila morti. Guerra che si concluse con l’interposizione di forze russe. I successivi colloqui di pace hanno portato risultati solo in termini socio economici, lasciando aperti tutti i problemi politici.

Attraversando il ponte sul Dnestr e i check-point presidiati dai soldati russi si ha l’impressione di essere tornati all’Europa della guerra fredda. Il 16 aprile scorso, il parlamento dell’autoproclamata Repubblica Moldava di Pridnestrov’e, questo il nome ufficiale della Transnistria, ha chiesto che Mosca ne riconosca l’indipendenza. Questo atto è stato preceduto, nel 2006, da un referendum dove il “sì” all’annessione alla Federazione russa ottenne il 97% dei voti.

Vladimir Putin ha dichiarato: «La popolazione della Transnistria è molto filo-russa. Molti cittadini russi vivono in quella regione. È gente che ha le proprie idee su come vorrebbe creare il proprio futuro, il proprio destino. E non sarebbe che una prova di democrazia se permettessimo a questa popolazione di avere ciò che chiede». Poco dopo il vice premier russo, Dmitri Rogozine, ha lasciato pochi dubbi sul ruolo che Mosca intende ritagliarsi nella regione, dichiarando: «Il treno della Moldova per l’Europa perderà i suoi vagoni in Transnistria».

Dichiarazioni di principio molto forti: la Russia è preoccupata. Mosca vede nell’allargamento dell’Unione europea l’anticamera dell’allargamento della Nato. Una politica estera europea poco incisiva e a tratti contraddittoria rischia di avallare questa tesi, specie se accostata all’attivismo dei vertici atlantici. La contraddizione è evidente, tant’è che l’Unione europea ha temporaneamente sospeso le nuove adesioni. La preoccupazione è stata talmente forte che alle 15.30 ora locale del 28 novembre, ad un soffio dall’apertura dei seggi, con una nota stampa, il premier moldavo uscente, Leanca, dichiara «di non voler aderire alla Nato». E ancora: «Vogliamo che tutti i nostri partner, sia quelli dell’Occidente che quelli orientali rispettino il nostro status neutrale».

La situazione, sullo scacchiere moldavo, non è delle più tranquille. La Russia cerca di garantire l’accesso al Mar Nero, vecchio leitmotiv della politica estera di Mosca. Dall’altro lato l’alleanza Atlantica cerca di garantire i Balcani. In mezzo la Moldova e la Transnistria, ambedue terre alla ricerca di una identità, impegnate in un processo di democratizzazione e di riforme che rischia di incagliarsi nelle maglie dei veti incrociati dei potenti.

Parliamo di territori molto piccoli, con economie estremamente fragili. Per Chişinău l’Europa, con le sue possibilità commerciali, è una opportunità, specie se inquadrata in una chiusura dei mercati russi che, fino ad ieri, assorbivano gran parte della produzione agricola e vinicola dell’area. Per Tiraspol è, invece, la federazione russa ad essere una opportunità di sviluppo.

Le operazioni di voto sono state relativamente tranquille. L’esclusione all’ultimo momento del partito filorusso Patria non ha incrinato il clima generale. Le elezioni sono state vinte dai partiti europeisti che hanno ottenuto 54 seggi rispetto ai 47 dei filorussi, comunque con posizioni articolate tra loro. L’affluenza elettorale è stata poco al di sopra del 55 per cento.

La tranquillità di queste elezioni è il segno tangibile di come i moldavi non abbiano alcuna volontà di radicalizzare le contrapposizioni esistenti. Nel contempo lo scenario che si va a comporre è quello di una sostanziale parità tra i due fronti. Le scelte che verranno fatte, sia in senso filo-russo che in senso europeista, saranno le scelte di una maggioranza non larghissima.

In Moldavia vige un sistema proporzionale puro, con una forte soglia di sbarramento. Il fronte pro-Europa sarà costretto, per governare, ad una larga alleanza tra Partito liberal democratico, Partito democratico della Moldova e Partito liberale, alleanza che, anche se ha retto fino ad oggi le sorti del paese, non sempre è risultata semplice. Queste elezioni più che risolvere i problemi della Moldavia, lo stato più povero d’Europa, rischiano di riproporceli, ma più il tempo passa più il tempo delle scelte si avvicina.

La regione, così vicina alla Crimea, così simile geopoliticamente alla penisola del Mar Nero, è adagiata su di una faglia tettonica molto instabile, stretta tra l’Alleanza atlantica e la Russia.
Il ruolo della politica internazionale sarà determinante. Occorre, da un lato, far sì che l’Europa venga vista come una opportunità di sviluppo e di progresso e non come un escamotage della Nato per allargarsi. Occorre che l’Europa riannodi un dialogo profondo con la Russia. Occorre che la Russia riesca a frenare i moti secessionisti e a placare le molte richieste di aiuto, inneggianti all’unità del mondo russofono sotto l’ala protettrice di Mosca, che si leva dalle periferie.

Una organicità del mondo slavo è possibile anche in maniera pacifica: Mosca e Strasburgo possono convivere pacificamente l’una accanto all’altra. Per far sì che questo accada, però, c’è un lavoro da svolgere, un’opera certosina per persone di buona volontà. È un’opera coraggiosa in cui i portatori di pace si troveranno, necessariamente, faccia a faccia con i leoni. Ma è una partita che vale la pena di giocare, comunque.

fonte europaquotidiano.it