“Il rumore della memoria”, per non dimenticare l’orrore

Grazie ad una bellissima iniziativa dell’Ambasciata argentina ho avuto modo assistere alla proiezione del film “Il rumore della memoria”, del regista Marco Bechis, e di incontrare Vera Vigevani, una delle Madres de Plaza de Mayo.

L’emozionante lavoro di Marco Bechis è il racconto del viaggio intrapreso da Vera Vigevani sulle orme del nonno Ettore Felice Camerino, morto nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e della figlia Franca, una delle 30 mila vittime della dittatura argentina.

Sono grata all’Ambasciata argentina e a Carlos Cherniak, per avermi invitato a questo bel momento e per la sensibilità che dimostra organizzando spesso iniziative sulla memoria, sul tema dei Diritti Umani.

Voglio ringraziare, e nel farlo vi confesso la mia emozione, Vera Vigevani, per aver messo a disposizione il suo cuore e la sua anima. Voglio ringraziare il regista, Marco Bechis, per averci accompagnato per mano in questo viaggio con la sua grande capacitĂ  visiva e per aver materialmente composto un grande film. Li ringrazio entrambi per averci consegnato un grande lavoro di testimonianza e di divulgazione e per aver fatto di noi tutti persone piĂą consapevoli ed ancora piĂą ferme nella difesa dei valori della democrazia e nella difesa dei diritti umani.

“Non c'è tomba”. Dice Vera.

Tutte le culture del nostro pianeta hanno in comune il rispetto per i morti, che si evidenzia nei riti funebri. Se il corpo è destinato a svanire gli uomini si aggrappano alla memoria e alla ritualità, che sono due modi di sopravvivere all'oblio e alla morte. L'incubo peggiore è quello di svanire senza che nessuno ne abbia memoria, senza che nessuno ne abbia la percezione. La cosa peggiore che possa capitare a chi ama le persone che scompaiono è vivere nell'incertezza. Alle volte anche una tomba è una consolazione, rispetto ad una attesa eterna. Achille riconsegnò le spoglie di Ettore a suo padre Priamo. Dimostrò pietà ed umanità. Per quanto sanguinosa sia la battaglia c'è sempre una tregua per raccogliere i cadaveri. Il nazismo e la dittatura di Videla, come molte altre dittature del nostro tempo, si pongono al di là della pietà e al di là dell'umano. Cancellare i corpi, negare il lutto e la ritualità della memoria, è l'affronto maggiore che si possa fare ad un essere umano.

“Non c'è tomba”. Le parole pronunciate da Vera Vigevani ne “il rumore della memoria”  fanno male, perché  fanno strada alle nostre paure più profonde, al nostro senso di vulnerabilità.

Vera Vigevani ci accompagna in un viaggio, dall'Argentina dei Desaparecidos alla Shoah.

Noi oggi ricordiamo la tragedia della Shoah e quella dei voli della morte. Ma dobbiamo anche vigilare perché questo non accada mai più, in nessuna parte del mondo. Dobbiamo farlo su due livelli: quello politico, stabilendo regole e vincoli tra gli Stati a garanzia dei diritti umani. Quello culturale ed ideologico, affinché la barbarie non trovi più spazio nelle nostre coscienze.

A breve il Parlamento italiano procederà alla ratifica della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata. Per la verità arriviamo in ritardo, visto che la Convenzione è stata sottoscritta dal nostro Paese nel 2007 e non è ancora stata ratificata. Si tratta di un passo importante: la convenzione offre un quadro di riferimento su cui, i singoli Stati, dovranno produrre una legislazione conseguente. Le sparizioni forzate diventano un crimine contro l’umanità. Si impongono la collaborazione e lo scambio di informazioni tra i singoli Stati.

L'Italia farà la sua parte.Come cittadina italiana sono fiera del fatto che il nostro paese ospiti il processo ai responsabili del "Piano Condor", il Governo Italiano si è costituito ad adiuvandum e credo che questo sia un segnale importante.

“Il rumore della memoria” è un documentario potente. La figura di Vera Vigevani ha tratti epici, nella sua fragilità. L'assenza di Franca pesa come un macigno. I luoghi del dolore, siamo essi la scuola della marina argentina o la risiera di San Saba, ci opprimono. Il film è veramente un viaggio, un itinerario non solo biografico o geografico, ma un percorso ad ostacoli nella nostra coscienza. Dentro di noi, guardando quelle immagini, spesso ci chiediamo: “e se fosse capitato a noi?” ed ancora “e se capitasse a noi?”. In più di un'occasione il moto di sdegno esce dal personale e si rende oggettivo. Una voce dentro di noi dice, con chiarezza: “non deve mai più succedere”. Quando questo accade, quando dal personale noi passiamo a parlare in termini di umanitàintera, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Abbiamo una grande arma da utilizzare contro la brutalità, i totalitarismi ed i fascismi.