I NOSTRI DOVERI ETICI E MORALI SULL’IMMIGRAZIONE

Venerdì 14 novembre a Civitavecchia si è tenuta l'iniziativa, organizzata dal Partito Democratico, "Immigrazione ed accoglienza. Esperienze a confronto". Presenti insieme a me, l'ex Ministro della Salute Livia Turco,  il Prefetto Mario Morcone, Capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno e Silvia Marongiu, responsabile del Forum per l'Immigrazione del PD della provincia di Roma. L'evento, estremamente partecipato, ha visto la presenza di ampi settori della società civile, registrando un forte e costruttivo dibattito.

Di seguito il mio contributo ai lavori.

"Non starò qui ad elencarvi le situazioni di criticità, specie nell'Africa sub sahariana, che spingono le genti lontano dai luoghi natali. Sarebbe un elenco di tragedie belliche, climatiche ed economiche molto lungo. Quel che mi interessa sottolineare è che i flussi migratori sono una costante della storia umana. Noi stessi, intesi come comunità nazionale italiana, un tempo fummo migranti. La presenza fisica e culturale degli italiani e dei loro discendenti all'estero è una costante. Nelle società "ospitanti ci siamo fatti onore, dimostrando una notevole capacità di adattamento e di integrazione pur mantenendo le nostre specificità culturali.

Oggi la situazione si è ribaltata. La nostra vocazione migrante, che prosegue esportando intelletti e cervelli, si è molto ridotta. Siamo un paese che importa forza lavoro e siamo un paese di transito, perché il 70% circa di chi arriva in Italia prosegue il suo viaggio per altre destinazioni. Ma siamo anche, per il restante 30%, un luogo cui si guarda con speranza per un futuro migliore.

Abbiamo due doveri, uno morale ed un altro etico. Il dovere morale è quello di non dimenticare ciò che siamo stati: un popolo di migranti. I nostri avi hanno sofferto molto mettendo in gioco le loro vite e quelle delle loro famiglie in terre straniere. I processi di integrazione non sempre sono stati facili: anche loro sono stati discriminati. Devono essere proprio le difficoltà incontrate dai nostri padri ad insegnarci che l'unica via percorribile è quella dell'accoglienza.

Siamo una società fondata sui diritti individuali e collettivi. Abbiamo l'obbligo etico di agire secondo quel che siamo. I diritti tutelano tutti, anche chi arriva da lontano e chi ha il colore della pelle diverso dal nostro. L'accoglienza è un dovere. In questo però non dobbiamo essere lasciati da soli. Nonostante l'operazione Mare Nostrum, che tanto ha fatto per garantire i soccorsi in mare, abbiamo perso nel Mediterraneo più di tremila vite. Sono cifre enormi che aumenteranno perché l'operazione Triton, che prenderà il posto della Mare Nostrum, non avrà mezzi e risorse all'altezza del compito. Bisogna impedire le traversate improvvisate del canale di Sicilia avviando un rinnovando la collaborazione con i paesi del Nord Africa su scala europea e avviando un programma di resettlement su scala europea, tale che ogni paese dell'Unione abbia una sua quota di immigrati da ospitare. Renderemmo sicuri e legali i trasferimenti ed eviteremmo situazioni di sovraffollamento e condizioni di ospitalità troppo simili alla reclusione.

Nel 2011 Civitavecchia ha ospitato, nella caserma De Carolis, circa 900 richiedenti asilo. La struttura era abitata al di sopra delle proprie possibilità e vi era una grande carenza di mezzi e di coordinazione. Oggi la caserma è di nuovo al centro delle attenzioni degli enti sovraordinati: la si vorrebbe adibire ad un centro di prima accoglienza per i migranti. In città, sulla base di quella esperienza, si è creata una certa rigidità. Io dico che non dobbiamo aver paura di ospitare, ma dobbiamo avere il coraggio di programmare, pianificare e gestire con logica. Non possiamo ospitare al di là delle nostre possibilità, questo è certo, ma neanche possiamo chiudere la porta in faccia a chi ha bisogno.

Serpeggia un clima di ostilità nei confronti dei non comunitari. La crisi economica, le sofferenze relative all'emergenza abitativa, la scarsità di lavoro, generano ansia e preoccupazione. Abbiamo visto cos'è successo nella periferia romana di Tor Sapienza, dove le contraddizioni sociali si sono sfogate contro i migranti. Parte della politica cavalca questo risentimento individuando "nemici", cercando di costruire sulla base dell'odio un labile consenso elettorale. Non sarà addossando le responsabilità a chi ha un'origine diversa dalla nostra e divulgando una teoria del "suolo e del sangue" o aizzando poveri contro poveri che si risolveranno i problemi dell'occupazione e dell'emergenza abitativa.

Ma più che l'intolleranza manifesta mi preoccupa "il silenzio degli onesti". Molta sinistra locale, sia moderata che radicale, invece di impugnare i diritti e e praticare gli ideali di giustizia sociale, si rintana in un terribile e rumoroso silenzio. Uno stuolo di vendicatori mascherati e di pasionarie che fino ad ieri lottavano contro ogni ingiustizia oggi, per timore di vedere assottigliato il loro modesto consenso, di fronte alla barbarie del razzismo, preferiscono tacere. I comportamenti di una destra xenofoba e razzista, da respingere, comunque rientrano in una prevedibile visione del mondo. Il vero scandalo consiste in una sinistra, in ampi settori del fronte progressista, che tacciono.

Dobbiamo ricordare, con forza, che i migranti sono portatori di diritti. Diritti che sono garantiti sia dalla dichiarazione dei diritti dell'uomo sia dal trattato fondativo dell'Unione Europea che dalla costituzione italiana. L'immigrazione non è una minaccia alla coesione sociale, né un attentato ai diritti di chi è già cittadino italiano ed europeo, né una minaccia alla sicurezza delle nostre famiglie. L'immigrazione è una scelta dettata dalla necessità: molto spesso è una semplice questione di sopravvivenza".