Giulio Regeni e quelle sparizioni che nessuno ricorda

La vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto, seppure ancora da ricostruire con certezza, ripropone con drammaticità un tema attuale eppure spesso sottaciuto: le sparizioni forzate.

I desaparecidos argentini e quelli cileni hanno fatto storia e letteratura: negli anni Settanta e Ottanta le dittature sudamericane hanno fatto di questa pratica barbara una modalità d'azione ordinaria, uno strumento politico per annientare il dissenso, ma le sparizioni forzate riguardano oggi ancora migliaia di persone e Paesi nel mondo, compreso l'Egitto che è chiamato a un'operazione di trasparenza e di verità sulla vicenda di Regeni. Giulio, in altre parole, potrebbe essere l'emblema di questo fenomeno che oggi mette a rischio tante altre persone.

Le sparizioni forzate costituiscono una grave violazione del diritto internazionale e rappresentano anche un crimine contro l'umanità. Human Rights Watch, l'organizzazione non-governativa che si occupa della difesa e della promozione dei diritti umani, ha accusato le forze di sicurezza egiziane di aver fatto sparire recentemente quasi dieci persone in modo sistematico e senza alcun mandato di cattura. Ancora più allarmante il quadro fornito da Ecfr (Egyptian commission for rights and freedoms): lo scorso dicembre parlava di 340 casi di sparizione forzata negli ultimi due mesi, una media giornaliera di tre casi al giorno.

Le autorità egiziane hanno in alcuni casi negato di aver arrestato le persone oppure si sono rifiutate di aprire indagini sui casi di sparizione. Dati e scenari che si ripropongono oggi con la vicenda di Regeni, dove le versioni che giungono dall'Egitto su quanto è accaduto differiscono tra di loro e rendono ancora incerto il processo per giungere all'accertamento della verità. Secondo Amnesty International - solo per citare un Paese particolarmente colpito - in Messico si calcolano circa 22 mila sparizioni dal 2006. Drammatico il caso dei 43 studenti di Iguala del settembre scorso. In Siria, sono migliaia le sparizioni denunciate dalla Commissione di inchiesta delle Nazioni. Secondo i dati forniti dal Consiglio d'Europa, 14 mila persone si stanno ancora cercando nei soli Balcani, oltre 2 mila nel Caucaso e altrettanti a Cipro.

Oltre alla condanna di questa pratica, cosa possiamo fare per far sì che questo fenomeno possa, se non cessare, per lo meno venire alla luce? L'Italia ha ratificato a ottobre scorso la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2006. Un impegno, quello italiano, che purtroppo appare come una goccia nel mare; malgrado al testo abbiano aderito 102 paesi, solo 51 lo hanno poi ratificato. Significativamente l'Egitto non ha fatto né l'una né l'altra cosa. Eppure la Convenzione introduce alcuni principi importanti sul tema delle sparizioni forzate, offrendo un quadro generale all'interno del quale i singoli Stati sono stimolati ad una azione legislativa coerente. La Convenzione, infatti, sancisce che le sparizioni forzate sono un crimine contro l'umanità, facendole uscire dalla logica del crimine politico, che in alcuni casi poteva portare a un rallentamento delle procedure di estradizione. Vengono stabiliti obblighi precisi per gli Stati: proibizione della detenzione segreta, l'impegno a detenere le persone in strutture ufficialmente riconosciute e controllate, un registro dei detenuti, il diritto di soggetti terzi ad ottenere informazioni. La Convenzione riafferma, inoltre, il diritto delle vittime al riconoscimento della verità e ad un'equa riparazione per sé e per i propri cari.

Far sparire le persone è un crimine atroce. Talmente atroce che, di fronte a questo, persino restituire un cadavere è un atto di umanità. Il crimine diviene perverso quando, a rendere invisibili, è qualcuno di cui ci fidiamo. Diventa dieci volte più perverso quando gli uomini e le donne spariscono per il tradimento di chi doveva garantire la loro vita perché in fondo gli Stati esistono per questo. Hobbes diceva che il Leviatano esiste per garantire l'esistenza dei sudditi e che tutto può tranne che uccidere chi deve proteggere. Questo è un principio universalmente valido e slegato dalla forma di governo. È un principio, quello dello Stato garante della vita dei cittadini, che non ha barriere culturali e geografiche e che è presente in ogni ordinamento giuridico degno di questo nome. Chi nega questo principio si pone, semplicemente, al di fuori della comunità umana.