Elezioni Usa mid-term, la débâcle dei Dem è la sconfitta della linea “intellettuale” di Obama

Ero a Washington con l’Osce per una missione di monitoraggio e la sconfitta democratica appariva scontata non solo dai sondaggi, ma anche parlando con le persone in strada o con gli elettori in fila ai seggi. Non sono bastati gli appelli al voto femminile e a quello delle minoranze, né la coraggiosa azione della riforma sanitaria, tesa a dare garanzie agli strati più esposti della società americana, a recuperare una situazione che, fin dall’inizio, sembrava difficile. Ad aggravare il quadro, un’economia che tira ma che non scalda, che ha i fondamentali tornati in ordine, una disoccupazione scesa sotto il 6%, dieci milioni di nuovi posti di lavoro, tassi di crescita pari a quelli del 2003. Un’economia, insomma, che sulla carta si riprende, ma che è incapace di riversare effetti positivi sul potere di acquisto della classe media e delle fasce più deboli.

Ma dove ha sbagliato Obama? Il presidente delle grandi svolte, primo afro-americano alla Casa Bianca, non ha saputo forse differenziarsi dal mito dell’eccezionalità. È rimasto una figura lontana, dal piglio intellettuale, troppo riflessiva e complessa per l’ideologia dominate del self made man. La contraddizione è apparente: le upper classes negli Stati Uniti amano dare di sé un’immagine fuorviante. Pur essendo educate “all’europea”, avendo una invidiabile profondità culturale, non fanno nulla per ostacolare l’idea degli States come regno degli hamburger e patria di Charles Bronson. La strategia di penetrazione nell’America profonda è stata demandata alla First Lady, Michelle, che a sua volta troppo di classe e troppo intellettuale anch’essa non è riuscita a sfondare.

Obama ha scommesso molto ponendosi come presidente dei diritti. Ha toccato corde profonde nell’anima della classe media, che profetizzavano una trasformazione profonda degli States. Il motto Yes, we can è rimasto però in potenza, non traducendosi in atto. La riforma sanitaria, sulla quale tanto si era puntato, è rimasta al palo, impantanata nelle difficoltà della feroce burocrazia americana. Le iniziative su salario minimo, cambiamento climatico ed immigrazione si sono infrante sugli scogli della camera. L’approccio minimalista in politica estera e l’abbandono dell’atteggiamento muscolare, tipico del suo predecessore, hanno contribuito a consolidare l’idea di un presidente in ritirata dalle grandi questioni internazionali. Le troppe incertezze in Siria, in Iraq e sulla questione dell'Isis hanno dato all'opinione pubblica statunitense l’immagine di un capo delle forze armate che non riusciva ad imporre la visione del mondo americana. A questo va aggiunta una incapacità di riallacciare rapporti con Putin. Ma lo scenario sul quale voleva agire il presidente Obama non erano l’Europa e il Medio Oriente, bensì l’area del Pacifico. Purtroppo anche per quel che concerne i rapporti con la Cina non si sono visti risultati di rilievo.

La politica estera è la contraddizione primaria. Un presidente “intellettuale” ha come campo privilegiato quello dei rapporti internazionali. Non è mai decollata una visione chiara ed univoca della politica estera americana. Privata di caratteri dinamici, questa ha mostrato solo un tratto conservativo.

Sul fronte interno, il presidente ha puntato molto sulle politiche per i diritti e le pari opportunità. Non è un caso che in queste elezioni di metà mandato molto si sia giocato sulla parità lavorativa uomo-donna, particolarmente sentita negli States, e sulle rivendicazioni delle minoranze. L’invito di Obama alla vigilia delle consultazioni “portateli a votare” è il segno manifesto di un’estrema difficoltà. L’incertezza è maggiormente evidente quando i candidati democratici al congresso hanno limitato il peso del presidente nella campagna. La presenza di Barack Obama è stata ritenuta controproducente.

Cosa accadrà adesso? L’universo repubblicano ha già annunciato con fierezza di voler impegnare truppe americane contro l’Isis. Ritornano i falchi, che privilegiano un impegno forte negli esteri. Cosa accadrà ora con il dossier iraniano sul quale Obama si è speso molto?

E Obama? Il presidente, con ambedue le camere ostili, avrà una grossa difficoltà a manovrare. Restano a lui, indiscutibilmente, il comando delle forze armate ed il diritto di veto alle nuove leggi. Ma anche lui avrà bisogno di passare per le forche caudine dei repubblicani, sui quali influisce ancora di più il conservatorismo dei Tea party. Qui ci dovrà essere, nella pratica politica obamiana, un cambio di passo. Chiusa l’età della ricerca del consenso mediatico, lo staff del presidente dovrà recuperare la politica come “arte del compromesso”. Sarà una dialettica che, purtroppo, i repubblicani faranno pagare a caro prezzo. L’impegno militare all’estero e la compressione dei diritti saranno in cima alle richieste dei conservatori.

L’indebolimento di Barack Obama scuote anche il fronte progressista europeo, già alle prese con la rinascita di un pensiero di destra e con la ricomposizione politica della destra estrema. Sullo sfondo una situazione economica difficile ed uno stato sociale che, complessivamente, garantisce sempre meno strati delle società dei paesi continentali. Sapremo, noi socialisti e progressisti europei, alle prese con le stesse problematiche affrontate da Obama, dare risposte diverse e più efficaci? Questa è una partita che vale la pena giocare, fino alla fine.

da www.europaquotidiano.it/