Elezioni in Tajikistan: un’occasione mancata

Domenica primo marzo si sono svolte in Tajikistan le elezioni parlamentari. La giovane repubblica tajika ha alle sue spalle una storia travagliata: ottenuta l’indipendenza dopo lo sgretolamento dell' Urss, ha vissuto una sanguinosa guerra civile a partire dal 1992. Decine di migliaia di vittime e circa un milione di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Nel conflitto si fronteggiavano da un lato la vecchia classe dirigente ereditata dal comunismo, dall'altro formazioni politiche d'ispirazione islamica. La guerra civile è terminata nel 1997, con la firma del "Protocollo di Mosca", a seguito di una forte azione diplomatica delle Nazioni Unite. Da allora è al potere il presidente Emomali Rahmon, fondatore del Partito Popolare Democratico del Tajikistan.

Ho partecipato alla missione di monitoraggio elettorale dell'Osce in qualità di coordinatrice speciale degli osservatori di breve termine ed è stata un'esperienza straordinaria. Mi sono trovata di fronte un Paese bellissimo ma estremamente povero, che sfrutta ancora poco il suo enorme potenziale idroelettrico. Un Paese che fa un'enorme fatica a riprendersi dalle ferite della guerra. Un territorio montuoso che non favorisce l'agricoltura, seppure vi sia una discreta coltivazione di cotone. Le infrastrutture ereditate dall'Urss sono devastate dalle operazioni militari, un sistema industriale e commerciale estremamente fragile, ancora legato alla pianificazione sovietica e inadatto a sostenere sia la domanda interna che a porre le basi dell'export del Paese. In realtà buona parte della ricchezza della Repubblica centroasiatica proviene dalle rimesse che, quotidianamente, vengono spedite in patria da quel milione di tajiki che lavorano all'estero, principalmente in Russia. Rimesse che nell'ultimo anno hanno subito un crollo del 20%, anche a causa delle condizioni più restrittive imposte da Mosca ai lavoratori migranti. Se a questo si aggiunge una disoccupazione galoppante, un forte debito estero, una corruzione capillarmente diffusa ed un Governo che non riesce a mettere in campo le necessarie riforme strutturali, si ha un quadro della situazione che è prossimo al collasso.

Incuneato tra Cina, Afghanistan,  Kirghizistan e Uzbekistan, il Tajikistan ha una grande importanza geopolitica. La presenza di circa 500 osservatori internazionali (Osce, Parlamento europeo, Comunità Economica Euroasiatica, Shanghai Cooperation Organization) da l'idea di quanto questo piccolo Paese sia importante, agli occhi della comunità internazionale, per la stabilità e per la sicurezza dell'intera regione. L'Unione Europea  ha siglato con il Paese un accordo di partenariato e cooperazione entrato in vigore nel 2010. La Russia ha ancora qui una base militare. La Cina è particolarmente interessata allo sfruttamento delle materie prime tajike e ad avere le frontiere occidentali libere dal pericolo islamico. Il Tagikistan, inoltre, è un corridoio per il traffico di droga dall'Afghanistan con il quale condivide un lungo confine estremamente poroso. Ma la stabilità politica passa per quella economica. Per questo motivo Pechino ha, in passato, sostenuto economicamente il governo tajiko. Dušanbe non è riuscita però a trasformare i prestiti cinesi in opportunità di sviluppo, disperdendo irrazionalmente le risorse.

Le elezioni del primo marzo hanno rappresentato un duro banco di prova per la giovane democrazia di Dušanbe. Più che un test elettorale e' sembrata una festa: musica fuori dai seggi e fiori, zucchero e the regalati agli anziani e ai giovani che votavano per la prima volta. La nuova normativa elettorale ha recepito solo in parte le raccomandazioni dell'OSCE. La povertà e un apparato amministrativo corrotto hanno minato nel profondo la fiducia nelle istituzioni, ma per i molti tajiki incontrati ai seggi la pace e la stabilità, faticosamente raggiunti dopo la sanguinosa guerra civile, rappresentano valori irrinunciabili, di fronte ai quali anche l'inadeguatezza della classe dirigente a conseguire un decente livello di sviluppo e di sicurezza sociale passa in secondo piano. Me lo ha spiegato benissimo Firuza, un'ostetrica di quarant'anni incontrata fuori da un seggio di Varzob. Firuza ha votato per il partito del Presidente perché, nonostante una vita dura e un marito lontano costretto ad emigrare in Russia, ricorda ancora gli orrori della guerra civile e riconosce a Rahmon il merito di aver mantenuto la pace per quasi 20 anni. Ha vinto il Partito Popolare Democratico del presidente  Rahmon. Lo ha fatto in un quadro di irregolarità elettorali: elettori che votavano 3 o 4 volte, persone che entravano insieme nelle cabine elettorali, gruppi di firme identiche nelle liste degli elettori. La campagna elettorale  ha visto ridotti al silenzio gli oppositori, alcuni dei quali arrestati o fatti ritirare dalla competizione, con un livello di dibattito politico estremamente basso che non ha mai posto al centro dell'attenzione i grandi nodi da sciogliere.

L'Osce ha in Tajikistan una missione permanente di 150 persone dislocate su tutto il territorio, che lavorano in diversi campi, dalle questioni di genere, a progetti educativi, alla formazione del personale addetto al controllo delle frontiere, all'assistenza alle istituzioni nel processo di democratizzazione. L'Osce si è impegnata sia a garanzia delle operazioni di voto che in un vasto programma di educazione alla democrazia. Il personale, coadiuvato da straordinari volontari locali, ha girato in lungo e largo il Paese per spiegare ai giovani, agli uomini e alle donne non scolarizzati, il nuovo sistema elettorale, rendendoli partecipi del processo democratico. Ma questo non è bastato. L'educazione alla democrazia è un processo graduale che va a buon fine nella misura in cui le classi dirigenti locali sposano un progetto di riforma e di sviluppo e si fanno esse stesse promotrici dell'evoluzione culturale e democratica dell'intera società. Cosa che in Tajikistan non è avvenuta.

Questo splendido Paese non va lasciato solo. Ha bisogno di tutto l'appoggio che la comunità internazionale sarà in grado di dargli. E L'Osce deve continuare ad essere in prima linea per aiutare le tante energie sane del Paese a costruire le basi della democrazia, dello sviluppo e della stabilità politica.