DOPO IL CASO ABU OMAR, IL PARLAMENTO ITALIANO ACCELERI SUL REATO DI TORTURA

Questo articolo è stato pubblicato da huffingtonpost.it 

La sentenza di condanna emessa dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo nei confronti dell'Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell'ex imam Abu Omar ripropone una necessità che per il nostro Paese si presenta sempre più come inderogabile: l'introduzione del reato di tortura. La Corte l'ha detto chiaramente: il nostro Paese ha violato il diritto di Abu Omar a non essere sottoposto a tortura e maltrattamenti. Se a ciò si aggiunge il fatto che la sentenza bacchetta l'Italia per aver applicato lo strumento del segreto di Stato in modo improprio, assicurando di fatto che i responsabili del rapimento e dei maltrattamenti non dovessero rispondere delle proprie azioni, l'urgenza di accelerare per arrivare a definire il reato di tortura in Italia è ancora più evidente.

Quella di Abu Omar è una vicenda che ha fatto storia e che presenta diversi e variegati aspetti, ma quello della tortura è, a mio avviso, un fronte sul quale l'Italia può e deve intervenire. La recente storia di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo, ci impone un impegno rispetto al quale non possiamo tirarci indietro. Il Parlamento italiano non è sordo a questa necessità: la Camera dei deputati ha approvato lo scorso aprile un provvedimento in materia che ora però è di fatto fermo in commissione Giustizia al Senato. Da quel testo occorre ripartire per arrivare il prima possibile alla conclusione dell'iter parlamentare. Prevedere il reato di tortura all'interno del nostro ordinamento è un dovere morale che abbiamo nei confronti delle vittime, ma anche per evitare che vicende simili possano rimanere senza colpevoli o con colpevoli a metà anche in futuro.

L'irruzione alla caserma Diaz, durante il G-8 di Genova, è stata tortura. Quella di Regeni è stata tortura. Al di là di chi sia l'autore di questo atto estremo di violenza e di inciviltà è sul fronte del reato che dobbiamo intervenire. Numerosi atti internazionali prevedono che nessuno possa essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti: tra gli altri, la Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, la Convenzione Onu del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti, ratificata dall'Italia. Ora è il momento di fare un passo in più.

La vicenda di Abu Omar ripropone anche la necessità di porre l'utilizzo dello strumento del segreto di Stato al centro di una riflessione. Va garantito ai cittadini il pieno diritto alla conoscenza, cioè il diritto di conoscere in che modo e perché i governi a vari livelli prendono determinate decisioni che influiscono sui nostri diritti umani e sulle libertà civili. È ora di lanciare un appello, in Parlamento e nel Paese, per dare un forte impulso a un valore fondamentale per la democrazia e per lo Stato di diritto, come è appunto il principio di verità e di conoscenza.