23 FEBBRAIO 2017. INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA PARLAMENTARE DELL’OSCE

RIUNIONE INVERNALE
DELL'ASSEMBLEA PARLAMENTARI DELL'OSCE
(Vienna, 23 - 24 febbraio 2017)

LINEE PRINCIPALI DEL RAPPORTO DELLA COMMISSIONE ECONOMICA ALLA SESSIONE DI MINSK

Onorevoli Colleghi,
1) Vi sono fenomeni che si producono a livello mondiale e che da anni sono ai primi posti di qualsiasi agenda internazionale.
Questi temi sono il cambiamento climatico e le migrazioni. Si è ormai capito che non si tratta di emergenze o di problemi passeggeri ma realtà strutturali rispetto alle quali la comunità internazionale dovrà necessariamente elaborare nei prossimi anni risposte forti e credibili.
Per questo ho deciso di impostare la Relazione di quest'anno partendo da queste due grandi aree problematiche, che hanno conseguenze in ogni settore della vita economica e civile dei nostri paesi.
Intendo ora portare alla vostra attenzione riflessioni da cui partire per potere successivamente ascoltare le vostre considerazioni e tenerne conto nella redazione del Rapporto che presenterò alla Sessione di Minsk.
2) Un primo episodio da richiamare è la Conferenza di Parigi sul clima COP 21, tenuta dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015. Al termine di quella importante conferenza vi sono state promesse solenni. Ricorderete che lo scopo della riunione era raggiungere un accordo per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra in misura tale da contenere entro i due gradi centigradi il riscaldamento globale rispetto all'era preindustriale. Di conseguenza, tutti i paesi si sarebbero dovuti impegnare ad articolare politiche coerenti con questa finalità.
Accanto a questo obiettivo era stato enunciato un impegno importante: i paesi industrializzati avrebbero dovuto realizzare uno sforzo economico per finanziare le politiche ambientali anche del Sud del mondo, per un importo decisamente elevato. Si è parlato di un totale di 100 miliardi di dollari l'anno a partire dal 2020. Non si trattava solo di un finaziamenti in denaro, ma anche di trasferimenti in termini di conoscenze, tecnologie, brevetti, know-how.
Ma rispetto al Protocollo di Kyoto vi era un'altra importante novità: tutti i paesi del mondo sono stati chiamati a farsi carico di politiche di contrasto al cambiamento climatico, secondo il principio delle "Responsabilità comuni ma differenziate". Era un appello forte alle economie cosiddette emergenti, in primo luogo la Cina, rispetto ai rischi per l'umanità del cambiamento climatico.
La Conferenza di Marrakech del 2016 COP22 (7-18 novembre) avrebbe dovuto configurare linee di azione operative rispetto agli obiettivi definiti a Parigi. La Dichiarazione finale della conferenza africana, benché definisca "irreversibile" l'impulso ricevuto a Parigi, di operativo ha purtroppo avuto però ben poco. Il verbo che ricorre di più nel testo finale non è "fare", bensì "chiedere". E' questo è senz'altro deludente. Ma occorre pazienza e determinazione. Occorre la consapevolezza che i paesi industriali debbono compiere uno sforzo maggiore, tuttavia senza esentare gli altri. Va rispettata l'esigenza dei paesi di più recente industrializzazione di fare in questo senso un proprio autonomo cammino, e d'altra parte occorre trovare il modo di indirizzare questo sviluppo in una direzione compatibile con l'ambiente.
3) Sarà necessario attendere quale sarà su questo delicatissimo tema l'atteggiamento della nuova Amministrazione americana, nella consapevolezza che il vettore della storia - a me pare - è puntato nel senso dell'economia verde e dello sviluppo eco-compatibile. La ricerca di nuove fonti di energia, anche in un'ottica di mercato, deve tenere conto che il futuro non appartiene necessariamente ai combustibili fossili e al nucleare, ma che il benessere della comunità degli esseri umani può essere costruito con efficacia se la ricerca verrà indirizzata verso fonti di energia pulita.
Non è un caso se in occasione del World Economic Forum di Davos, lo scorso gennaio, tredici grandi aziende dell’energia, dei trasporti e dell’industria abbiano lanciato la prima iniziativa globale a sostegno dell'idrogeno sotto forma di Hydrogen Council.
Anche l'Europa si impegna a fare la sua parte. Una quota non irrilevante del programma europeo Horizon 2020, prevede l'erogazione di 5,4 miliardi di euro l'anno.
E secondo il New Energy Outlook del Bloomberg New Energy Finance (Bnef), entro il 2040 il mondo investirà ben 3,4 trilioni di dollari nel solo sviluppo dell'energia solare. Mentre nel Rapporto “Revolution…Now: The Future Arrives for Five Clean Energy Technologies” del Dipartimento dell’energia Usa (Doe), il calcolo dei risparmi che potrebbero derivare dall'energia pulita raggiunge i 50 trilioni di dollari.
Sotto questo aspetto si inserisce anche uno degli obiettivi programmatici della Presidenza austriaca dell'OSCE, che è appunto riassunto nel motto greening the economy.
Energia pulita, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile sono temi che io credo sono strettamente collegati.
5) Passando ora ad un altro argomento, assistiamo oggi ad un fenomeno che preoccupa molto le opinioni pubbliche dei nostri paesi, un fenomeno che ha molte cause e molte conseguenze.
Mi riferisco alla grande migrazione dal Sud al Nord del mondo.
Partiamo da un dato generale. L'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite riporta che nel 2016, 65,3 milioni di persone sono state costrette a fuggire dal proprio Paese. Di queste, circa 21,3 milioni sono rifugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. Ogni giorno, circa 34.000 persone sono costrette a lasciare le loro case a causa di conflitti o persecuzioni. Su una popolazione mondiale di circa 7 miliardi di persone, circa 1 su 113 è un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato. E' un dato allarmante che però deve indurre - specie chi come noi ha responsabilità pubbliche - alla riflessione; non a reazioni emotive.
E' noto che all'origine dello spostamento di milioni di persone non vi sono solo le guerre.
Vi è anche l'impossibilità di continuare a vivere nel proprio paese a causa del progressivo degrado dell'ambiente. Si tratta dei cosiddetti "Rifugiati ambientali" il cui numero è in continua, preoccupante crescita.
L’UNEP, il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, prevede che entro il 2060 dall'Africa si sposteranno come “migranti climatici” 50 milioni di persone e l’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, presume che i profughi ambientali possano essere tra 200 e 250 milioni nel 2050.
Si tratta di una prospettiva, come ben si può comprendere, molto seria, che rende più grave un quadro già molto complicato. Insomma, non possiamo in alcun modo sottrarci a politiche e progetti di gestione e tutela dell’ambiente. E questo innanzi tutto perché dalla protezione dell'ambiente dipende la sopravvivenza stessa della specie umana.
Inoltre non possiamo ignorare gli effetti dei danni all'ambiente sulla demografia e, di conseguenza, sull'economia e la società dei nostri paesi.
6) Un'altra causa del fenomeno migratorio è il forte squilibrio dei livelli di sviluppo e di ricchezza tra il Nord e il Sud del mondo. Ci sono ancora diverse parti del pianeta esposte a crisi di approvvigionamento alimentare, idrico ed energetico, siccità, carestie. La popolazione mondiale è costituita da circa 7 (6,7) miliardi di individui, di cui 1,4 miliardi vive con meno di un dollaro al giorno; 850 milioni di esseri umani soffrono la fame (di questi, circa 820 milioni vivono nei Paesi in Via di Sviluppo – dati ONU).
Tra Nord e Sud del mondo, nonostante un miglioramento di cui ci dicono gli esperti, esistono differenze di sviluppo e di condizioni di vita enormi e insopportabili sia sul piano etico che sul piano della gestione dei processi politici e sociali. Su circa 7 miliardi di persone, l’82% è concentrato in Paesi Non-Ocse, che hanno un PIL medio di circa 5.000$ pro capite.
1 milardo e 300 milioni di persone non hanno accesso all’energia elettrica, più o meno metà in Africa e metà nell'Estremo Oriente. 2.6 miliardi di persone usano biomasse per cucinare rischiando gravi danni alla salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha denunciato che circa 4,3 milioni di persone muoiono a causa dell’inquinamento domestico provocato dall’uso di stufe a carbone o biomasse. E in questi paesi si trovano circa l’85/90% delle risorse energetiche mondiali. Si tratta di un enorme, purtroppo teorico potenziale per i paesi in via di sviluppo. Al contrario nei Paesi OCSE vive meno del 20% della popolazione con un PIL medio pro-capite pari a più di 7 volte il PIL dei Paesi non OCSE nonostante detengano solo il 10/15% delle risorse mondiali (Intervento di Claudio De Scalzi ad Assisi, nel Sacro Convento, 19-9-2016)
Attualmente è stimato che circa il 13% della popolazione mondiale, vale a dire ben 790 milioni di persone, viva sotto la soglia di povertà, confrontandosi con seri problemi di denutrizione. Quasi la metà di questa povertà è concentrata nell'Africa subsahariana.
Se ci si pensa, è il luogo da cui proviene la maggior parte dei flussi che ha generato la nostra odierna crisi migratoria.
Voglio sottolineare un aspetto. Che si tratta di problemi collegati l'uno all'altro, problemi che richiedono una "visione" alta della politica. Una visione che, io credo, deve partire dalla dignità della persona, dal diritto di ciascuno ad una vita vissuta in dignità e sicurezza.
7) In questa prospettiva, mi chiedo se ancora abbia senso la distinzione che normalmente si fa nella discussione pubblica tra "rifugiati" e "migranti economici". So bene che solo ai "rifugiati" si applica la Convenzione di Ginevra e che questa Convenzione va difesa. Ma non basta. Occorre muovere dal principio che tutte le persone meritano di essere soccorse. Tutte le persone meritano di essere assistite. Tutte le persone meritano di essere accolte e integrate.
8) Ora mi pare che sul tema della integrazione delle persone immigrate qualche parola debba essere spesa. In Italia è attivo un sistema che vede coordinarsi Ministero dell'Interno, l'organizzazione che riunisce i Comuni e le Associazioni di settore, e che opera per l'integrazione degli immigrati. E' lo SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, che si adopera attivamente per l'integrazione di 26 mila immigrati.
Anche in questa prospettiva, qualche elemento fattuale può aiutare. Mi riferisco al mio paese, l'Italia. Innanzi tutto in Italia sono l’8% gli stranieri non comunitari, il che non appare molto, soprattutto se si pensa che la percezione supera il 30%. In secondo luogo gli stranieri producono l’8% del Prodotto Interno Lordo, vale a dire circa 100 miliardi di Euro. L'Ente cui in Italia è affidato il settore della previdenza ha calcolato che le pensioni pagate dagli stranieri a miei concittadini sono 640 mila.
Da ultimo, uno studio della Associazione degli industriali italiani, la Confindustria, e della Banca d'Italia, insieme ad altre associazioni, sottolinea che il sistema produttivo italiano, nei prossimi dieci anni, avrà bisogno di una manodopera pari ad almeno 160 mila stranieri ogni anno (intervento della Bonino in un convegno al Senato sull'immigrazione, 21 gennaio).
Voglio dire che l'immigrazione, se viene affiancata da una politica coraggiosa di integrazione, può costituire una ricchezza, una opportunità, addirittura può portare a risolvere problemi anziché a crearne. L'immigrazione, la mobilità, come è stato più volte messo in rilievo dalla nostra Assemblea, rappresentano in realtà grandi opportunità di crescita economica e di sviluppo.
9) Sembra che la parola "globalizzazione" sia stata usata per la prima volta in un articolo dell'Economist del 1961 che trattava della necessità di riforme in Spagna. Oggi questa è una parola che desta inquietudine ed ha assunto una valenza prevalentemente negativa. In effetti, l’economia basata sui flussi finanziari e sulle bolle speculative ha mostrato tutti i suoi limiti. Le regole che hanno accompagnato il processo di globalizzazione dell'economia furono lanciate (e successivamente negli anni aggiornate) dal c.d. "Uruguay Round", iniziato nel 1986 e terminate nel 1994. Questi colloqui negoziali si sono protratti negli anni ed hanno portato all'istituzione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e a nuove regole dell'economia e della finanza internazionali. Queste regole hanno definitivamente aperto i confini al commercio internazionale, restringendo sempre di più i limiti di visioni economiche protezionistiche, basate su dazi e impedimenti alla libera circolazione delle merci e del capitale.
Non possiamo ignorare che sta prendendo sempre più piede nelle opinioni pubbliche, prima che presso i politici, l'idea di proteggere le produzioni nazionali e i posti di lavoro. Dobbiamo prendere atto che questo impulso sta prendendo forma in un paese al quale tutti guardiamo come ad un esempio di libertà e di democrazia, e che è un paese amico, gli Stati Uniti. Certamente è colpa di tutti gli attori politici e del mondo economico e finanziario non essere stati in grado di guidare la globalizzazione.
Grandi Istituzioni mondiali, come il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale, nate per sostenere le economie in difficoltà, e che tuttora svolgono questo compito con competenza e coraggio, sono vissute negativamente dai cittadini di molti paesi. Basta pensare al fastidio con il quale è passato nella pubblicistica e nella sensibilità collettiva il cosiddetto "Washington Consensus", quell'insieme di direttive economiche e amministrative, che avevano la finalità non di stabilire principi di ingerenza negli affari interni di un paese, ma di favorirne crescita e sviluppo.
Penso che le scelte internazionali in materia economica debbano tornare a mettere al centro le persone, i loro bisogni, i loro interessi. Non occorre una politica che penalizzi i mercati, ma una politica che renda il ruolo dei mercati funzionale alla crescita economica e civile. Solo con la crescita vi può essere speranza, e solo con la speranza vi può essere quella fiducia, anche verso il prossimo, senza la quale non vi può essere alcun progresso.
9) Il sogno di un pianeta omogeneo dal punto di vista della qualità della vita e dei diritti fondamentali, come sapete, è alla base di Agenda 2030, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.
Povertà zero, fame zero, salute e benessere per tutti e per tutte le età, la garanzia di un’istruzione di qualità a tutti, il raggiungimento di una globale e reale eguaglianza di genere, la garanzia di acqua potabile a tutto i paesi del mondo, sono solo alcuni dei punti dell’ambizioso progetto di Agenda 2030.
Credo che tenere sullo sfondo questi obiettivi, al di là della effettiva possibilità di raggiungerli costituisca un impegno morale e civile al quale chi, come noi, è impegnato in Assemblee rappresentative, si deve attenere.
E' un'utopia, ma in un certo senso, un'utopia possibile, magari non nel 2030, forse nemmeno nel 2040 o nel 2050, eppure non dobbiamo stancarci, come politici e come parlamentari e come - diciamolo - esseri umani di lavorare con tutte le nostre forze per il loro raggiungimento.